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Frosinone, Frida Kahlo l’arte tra sofferenze e passioni a cura di Sergio Gaddi

aprile 21, 2017 • Cultura e Spettacolo, Frosinone

21 aprile – ore 15:00 Aula Magna Palazzo Tiravanti  Accademia di Belle Arti di Frosinone

La vita di Frida Kahlo, una delle più grandi pittrici del Novecento, è tormentata e intensa, spietata e appassionata al tempo stesso. Dall’incidente che la rese invalida fino alla relazione con Diego Rivera, la sua storia entra prepotentemente nelle opere, cariche di una straordinaria tensione emotiva. Amata dai surrealisti e apprezzata dal grande pubblico, amica di Picasso e attiva in politica, Frida è icona senza tempo di una femminilità decisa e più forte delle avversità.

La conferenza di Sergio Gaddi è un viaggio pieno di emozioni alla scoperta di una personalità affascinante e inaspettata. Tra aneddoti e curiosità pittoriche e biografiche, il magnetismo di Frida si legge nelle sue tele cariche di amore per il Messico, per la lotta politica, per Diego e per la vita. La gente a New York la fermava per chiederle se leggesse la mano, scambiandola per una zingara, e il critico del “New Yorker” la definì “una bomba infiocchettata”: ma fu proprio attraverso il costume di Tehuantepec che Frida Kahlo affermò la propria immagine, l’identità messicana e l’ideologia di appartenenza.

L’immagine di Frida è inscindibile da quel costume, funzionale alla situazione fisica: le camicie squadrate e larghe dissimulavano la presenza dei necessari “corsetti”, le gonne lunghe coprivano la menomazione della gamba, le elaborate acconciature tradizionali – composte da trecce raccolte e ornate da fiori freschi, di carta o di seta – focalizzavano l’attenzione sul viso, ornato con orecchini e collane che la trasformavano in una dea azteca o una Madonna coperta di ex-voto. L’identità di Frida era complessa, e la molteplicità delle radici familiari – tedesca ed ebrea da parte paterna, spagnola, india e cattolica da parte materna – si risolveva nel punto del loro incrocio, il Messico, indicato dall’abito; e anche mescolando i gioielli sottolineava le origini meticce, indossando il segno cattolico con gli amuleti indiani e la simbologia politica. Ma Frida amava anche animali e bambole che raccontano anche la sua maternità impossibile, mentre alla natura morta delega più intimi discorsi, spesso con rimandi sessuali: le chiamava infatti “Naturaleza viva”, natura vivente, perché gli organi genitali maschili e femminili a cui rimandano le loro forme, intenzionalmente selezionate dall’artista, sono all’origine della vita, di quella fertilità a lei negata, e narrano il mistero della fecondità che la vita le ha negato.

Sergio Gaddi è consulente di progetti culturali e curatore di mostre, ed è responsabile del progetto I racconti dell’arte per Arthemisia Group di Roma. Lavora in sedi espositive di importanti città italiane (Roma, Milano, Torino, Bologna, Treviso, Verona, Catania) ed estere (Tel Aviv, Seoul, Parigi, Dubai, Breslavia, Paderborn, Madrid).

Nel 2016 ha tenuto una rubrica fissa di divulgazione culturale su Rai 1 ed ha partecipato a trasmissioni televisive per Sky Arte. Cura mostre di arte contemporanea e pubblica saggi in cataloghi, articoli e testi critici.

L’ECO DEL BOSCO PERSONALE DI FRANCO MARROCCO  A CURA DI LUIGI FIORLETTA E ITALO BERGANTINI

22 aprile – 20 maggio MACA – Palazzo Tiravanti  Accademia di Belle Arti di Frosinone Inaugurazione Sabato 22 Aprile 2017 – Ore 16:00

 

Le opere di Franco Marrocco sono un raro esempio di complessità linguistica e di ricchezza immaginativa, difficili da confinare.

Il suo percorso non è infatti ascrivibile all’una o all’altra corrente con le quali si è soliti catalogare e chiudere l’arte in confini precisi. Pur privilegiando la pittura Marrocco attinge liberamente al disegno, alla fotografia, alla figurazione e all’astrazione, senza inibizioni, limiti o pregiudizi, trascorrendo anche in uno stesso dipinto da superfici pittoriche minimali e analitiche a una sovrabbondanza segnica che oserei definire barocca.

In questa mostra, progettata per due prestigiosi musei, si è voluto dare ampio spazio a tutti gli ambiti di indagine dell’artista, esponendo oltre ai grandi dipinti anche straordinari disegni, autonomi nella loro presenza e nel potente linguaggio espressivo.

Musicale e suggestivo L’eco del bosco, il titolo assegnato da Franco Marrocco alla sua ultima serie di tele, indica con precisione, ma leggerezza, un elemento centrale alla prassi pittorica come anche all’intenzione espressiva dell’artista: si tratta di eco, rifrazione, riverbero, discorso indiretto della pittura che, da anni, non si riferisce più al mondo naturale ma piuttosto alla sua memoria, filtrata attraverso un secolare processo di decantazione e sublimazione che, dalla mimesis classica, discende fino all’astrazione e al surrealismo. Marrocco ha sempre tradotto il valore complesso e l’attitudine essenziale del dipingere. Ha cercato di svuotare l’immagine fino allo scheletro portante, ai muscoli significativi, ad una pelle coi colori del cielo: pochissimi elementi per mettere in scena le tracce del suo sistema interiore. Un processo in cui s’intrecciano rarefazioni nebulose, scivolamenti liquidi, fessure solide, sempre alla ricerca di una grammatica autonoma che traduca, con misura e sensatezza, gli alfabeti cromatici dell’autore. Il naturalismo di Marrocco è esclusivamente pittorico (alla maniera delle “finestre” di Rothko). Tuttavia, ciò che appare, ciò che si vede ha una netta corrispondenza, un “correlativo oggettivo”, avrebbe detto T. S. Eliot, con quelle che oggi si chiamano pratiche multimediali.

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