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Beppe Salvia

Roma, alla ricerca del grande poeta Beppe Salvia: intervista a Mauro Biuzzi

gennaio 16, 2015 • Cultura e Spettacolo

D1- Mauro Biuzzi, Beppe Salvia, alla ricerca di un grande poeta “perduto”?

R1- Mauro Biuzzi Ecco, qui ti vorrei rispondere anche alla terza domanda, immettendo i due contenuti in una risposta a senso unico: il modo in cui Beppe ci indicò il nostro destino e la nostra inerzia nel capire e cambiare, il suo vaticinio incompreso… “una fila di bottoni sul panciotto è tale. un cielo è un cielo. disinteressati alla fuga prospettica.” (idea cinese, 1987).

Ho sempre sostenuto che Beppe non fu profeta ma oggi preciso che certamente fu Vate. A proposito della “finziocrazia” dominante, devo premettere che questa mia “anti-prospettiva di verità e di amore” per Beppe è costata dieci anni fa la vergognosa esclusione dei miei due scritti su di lui (Manifesto di Piazza Pio XI del 1990 e La Leggenda Aurea del 2005) dalle sue bibliografie ufficiali, pubblicate nei vari volumi che uscirono nel ventennale della morte. Libri nei quali peraltro stava scritto a proposito della rivistaBraci, alla cui fondazione partecipammo a vent’anni: “I giovani poeti negli anni Ottanta si incontrarono nell’ambiente universitario della Facoltà di Lettere, o ancor prima, sono legati da rapporti di amicizia che risalgono all’adolescenza o alla scuola, come quello fra Claudio Damiani e Giuseppe Salvatori, fra Beppe Salvia e Mauro Biuzzi.” (F. Giacomozzi, Campo di battaglia, 2005). E pure scrivevano che Beppe mi aveva chiesto di lavorare alla copertina, alle immagini e all’impaginazione del suo primo libro, Elemosine Eleusine, lavoro inedito poiché interrotto dal suo suicidio.

Ecco, da allora non mi stanco di ripetere, senza alcun pudore nichilista, che il suicidio di Beppe è la pietra di inciampo di tutte le analisi letterarie su di lui, che non riescono in alcun modo a valutare questa morte cristologicamente, ovvero in maniera consequenziale alla sua vita poetica, al nostro Urbi et Orbi. Ecco, romanamente. Antropologicamente. Nemmeno ci provano a farlo, queste analisi pseudo-testuali, chiuse come sono nei linguaggi di genere, nella resa al nichilismo linguistico, al porno per il porno. Analisi “esistenziali” che invece si producono ormai a iosa nei mercati dove si mitizzano, a distanza di sicurezza, la morte di Pasolini o di Modigliani o di Rimbaud o di Anna Frank. 

Questo capita perché il suicidio di Beppe è ancora un gesto di vitalità insostenibile per l’esangue e pavida generazione terminale a cui appartenne: inarrivabile, incomprensibile. E anche perché quel suicidio fu un suo inequivocabile e precoce sottrarsi a quel mercato delle pulci nel quale si sarebbe trasformata, dagli anni novanta, la catena che alimenta la cultura in Italia e nel mondo, a seguito dello sterminio sistematico dei pochi grandi predatori a favore della proliferazione dei tanti piccoli specialisti. Negli anni ottanta non bastava più non partecipare, come Beppe fece, a quel triste dopolavoro detto, con umorismo involontario, “Festival dei Poeti”.

Ecco, va detto chiaramente che per non cibarsi a vita nella ciotola del canile della Casa delle Letterature, Beppe dovette prevedere il suicidio. Annunciato, per l’esattezza, nel suo ultimo travestimento, il servo corvino del conte Mario: “Il valletto si era suicidato.” (Un uomo buono le sue dolci colpe, 1985). A trent’anni dalla sua morte, se facendo zapping ci si sofferma sulle chiacchiere rosa o anche solo sulle facce rosa dei “giovani” manager cresciuti a tartine, dai bar dei musei fino ai ghetti dorati delle tv tematiche, il suo suicidio diventa precisa chiave stilistica o di poetica, come il seppuku dei Samurai che nel 1945 non accettarono la resa del Giappone e un Ordine che non fosse fondato sull’Immortalità del corpo. “un cielo è un cielo” significa che non si diventa uomini passando la vita a lucidare i pantaloni alle letture pubbliche o a consumare le suole sui red carpet delle Expò Universali. Bensì che si deve “redimere la terra e fondare le città” (Benito Mussolini, Pino Pascali e Pier Paolo Pasolini su Sabaudia).

 

Ritardare ancora questa interpretazione integrale e dissidente del caso di Beppe, magari con un mea culpa o un’abiura, è a mio avviso un atto di alto tradimento del patrimonio culturale italiano, del quale Beppe è l’espressione più recente. Interpretazione che se ancora omessa omertosamente merita la degradazione sul campo per quelli che, come me, vi furono testimoni.

“Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.” (Il lume accanto allo scrittoio, 1980). E insieme: “Se contro il suicidio l’Eterno non avesse elevato la sua legge.” (W. Shakespeare, Amleto, 1600). Il vaticinio di Beppe, come una maledizione, si è puntualmente realizzato se si guarda alla definitiva sterilità creativa alla quale ha condotto il cosiddetto “sistema della cultura” dominato dal Mercato (dove l’opera non è altro che un equivalente del suo valore di scambio corrente), nel quadro della generale recessione della civiltà occidentale dominata dalla cultura finanziaria: lo sviluppo senza progresso. 

Offensiva recessiva che non a caso ha portato alla fame la nostra terra d’origine universale, la Grecia. Spinto al suicidio centinaia di piccoli imprenditori, discendenti di quegli umanisti fiorentini che hanno inventato l’impresa, in Italia (in origine fu Raul Gardini, 1993). Ha condotto allo sterminio e alla macelleria gangsteristica l’idea stessa di unità delle civiltà mediterranee tanto cara a Carl Gustav Jung e alla nozione di “inconscio collettivo”, che secondo lui era nato dalle profondità di questo caldo mare interno, dal quale infatti rinacque Venere secondo Botticelli. Ha stuprato la Venere Urania della nostra tradizione: ibernandola nella Paolina Borghese secondo Canova,  indemoniandola a Parigi secondo Modigliani (per colpa delle Damigelle di Avignone secondo Picasso), divizzandola a Roma grazie all’uso di Fontana di Trevi come un bidè postmodern italoamericano, secondo Fellini, il Toulouse-Lautrec de noantri.

Da lì alla Moana secondo Schicchi il passo è breve, ma andava stoppato. Ed io l’ho fatto. E solo grazie a Beppe. In breve, dunque, nell’occasione di questo trentennale della morte di Beppe Salvia posso dare la notizia che i disastri prodotti dall’attuale “degrado finziocratico mondiale” si erano manifestati per la prima volta, ben peggio di un virus Ebola, a danno di un piccolo gruppo di giovani sodali italiani che non distinguevano tra vita ed arte, e le cui alterne vicende si conclusero impietosamente col suicidio di Beppe, al quartiere Aurelio di Roma, nel 1985.

Noi siamo stati infatti l’ultimo gruppo di giovani che poterono legare la propria formazione ai luoghi e alle strade della città di Roma (prima della globalizzazione, dei non-luoghi, del territorio e di Internet, che ha spostato neisocial network  tutte le relazioni). Giovani che, con un biglietto di sola andata, si innalzarono dalle nuove periferie fino alle piazze monumentali, prima che Roma tornasse ad essere la sede della solita corte barocca che la occupa da oltre due millenni, un cartellone pubblicitario al Circo Massimo sotto il quale mendicanti di tutte le razze litigano per strapparsi un posto riscaldato dai riflettori, una nuova frontiera amalfitana zeppa di camerieri al solito servizio delle botteghe del Gran Tour, del Premio Oscar, del Papa straniero e dei figliastri del Marchese del Grillo. Cristo è sempre fermo a Fiumicino, dalla madre di Agostino.

 

D2- Mauro, più nello specifico, secondo te, quale la cifra letteraria del poeta?

R2- Mauro Biuzzi La cifra di Beppe è lo zero e la sua lettera è la X, in modo che se sovrapponi questi due segni di stasi viene fuori il logo della ruota, del movimento. Se poi ruoti questo logo di novanta gradi ti diventa una croce solare, il simbolo cristiano dell’Ordine Nuovo, il cui contenuto tradizionale e sacrificale si addice a Beppe (cfr. Il portatore di fuoco), a me stesso e perfino alla sottocultura punk che frequentavamo con spensierata leggerezza alla fine degli anni settanta. Ma questo accostamento blasfemo lo faccio anche con la speranza di far venire le coliche agli esegeti di Beppe, mercanti nel suo tempio e mendicanti fuori.

Nel 1990 questa cifra, vagamente riferibile ad un manifesto del gruppo Ordine Nuovo, la misi anche sulla copertina di un numero della mia rivista Arca.Propaganda contenente il succitato Manifesto di Piazza Pio XI,dedicato al quinto anniversario della morte di Beppe (http://www.beppesalvia.it/Biuzzisalvia/01.html). E fui perciò apostrofato come fascista (quando ancora l’antisemitismo non era diventato un prodotto buono a far alzare l’audience nei salotti tv, vedi Augias vs Buttafuoco) da qualche anima bella della mejo gioventù liberale romana, a corto di argomenti. Antesignani della “casta”, come li definii per primo nel 2005 (cfr. La Leggenda Aurea). Fascista a me, “antipolitico” per antonomasia, con un nonno anarchico che ha fondato il Partito d’Azione e una zia che ha ricevuto la Croce di Ferro per meriti nella Resistenza.

 

D3- Biuzzi, la poesia-vita oggi ancora possibile nel degrado finziocratico mondiale?

 

R3- Mauro BiuzziHo impostato questa terza risposta in apertura d’intervista. Semplificando, ho detto che il suicidio di Beppe è stato la formalizzazione vitale e mortale della sua resistenza al degrado di cui parli. Così come il martirio è stato, nella cultura cristiana che precedette la secolarizzazione, il gradino più alto di una serie di azioni politico-culturali consequenziali. Che quello di Beppe sia stato un modello di anti-sistema lo dimostra anche il fatto che in questi trent’anni quasi tutti gli scrittori più importanti tra i fondatori della rivista Braci non hanno pubblicato altro libro di poesie che quello di esordio, sospendendo da allora la loro attività editoriale (per esempio Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, Paolo Del Colle, Giselda Pontesilli). Caso più unico che raro nella cultura iper-alfabetizzante del novecento e in controtendenza rispetto alla conseguente ri-produttività conigliesca tipica della cultura-mercato degli ultimi trent’anni. Chi più chi meno, in Braci ci si liberò a fatica, soprattutto grazie a Beppe, dal prototipo di “intellettuale del ‘900″ che, fino al 1968, aveva contribuito a costruire le egemonie culturali logocentriche delle masse logorroiche, sul modello e i valori purofilosofici dell’Illuminismo e dei Diritti umani.

La nostra mission era fare fuori il vampiro di professione, il famigerato “intellettuale organico al partito di massa”, il collaborazionista cattocomunista, soggetto che oggi si è mutato in un esercito di vedettes, opinionisti tv ed esperti di marketing col solo obiettivo di far vincere il proprio padrone di turno (partito o editore o produttore), si tratti di vendere cultura, programmi politici, format televisivi, armi, alimenti, appartamenti, infrastrutture, sesso, gossip, titoli di borsa, abbigliamento, diritti umani, viaggi, farmaci e altro Varietà. Insomma, una cavalletta geo-politica, esperta di import/export di Democrazia ovvero di Desiderio.

Sarei tentato di dire che in Braci si affermò l’idea che l’unica forma culturale che poteva opporsi a questo Pensiero Unico del mondialismo mercantile di massa, che aliena ed affama tutto il pianeta, era quella di un Ecumene di memoria classico-cristiana. Personalmente la conferma mi venne dall’osservazione dell’America Latina negli ultimi anni del ‘900, da quel rinascimento bolivariano che ebbe la sua eccellenza nel nazionalismo sociale del presidente venezuelano Hugo Chavez, nel suo tentativo di unificazione delle nazioni autoctone del settentrione sudamericano, nella sua teoria di un socialismo del cuore nazionale e popolare.

D’altronde nello scenario di quei conflitti tra realtà nazionali e neo-imperialismo coloniale si erano già formate la figura e il metodo dell’unico uomo che riuscì a unificare il nostro paese, Giuseppe Garibaldi, modello di stratega italiano mai più eguagliato nella nostra storia nazionale e bollato dal Marx londinese alla stregua di un buffone. Altro che il Che Guevara dei sessantottini borghesi, altro che Cuba libre… Sotto quella bandiera, nel mio piccolo detti l’ultima spallata mediatica alla Repubblica delle Tangenti, tentando l’impresa di una politica carismatica e terapeutica nelle elezioni politiche italiane del 1992, quando con grande successo di pubblico portai nell’ultima campagna elettorale della Prima Repubblica il Partito dell’Amore fondato con l’amica Moana Pozzi, con una teoria politica cristiano-dionisiaca e filo-mediterranea (anti-atlantista e anti-europeista). 

Così sono riuscito di nuovo a far manifestare Venere in Italia, Venere in carne e ossa, davanti all’Altare della Patria a Roma (http://www.partitodellamore.it/diva_patria/amministrative/003/i01.html). STOP. Fine dei giochi. Se per Beppe, se per me per un altro verso, è stato possibile fare cose ormai ritenute impossibili, così sarà possibile ancora per altri, anche in questo momento.

 

D4- Mauro Biuzzi, per l’anniversario del 2015, progetti in preparazione?

R4- Mauro Biuzzi Per il sito che ho dedicato a Beppe (http://www.beppesalvia.it/su_salvia/index.html) ho realizzato nel 2010 un documento audiovisivo in sedici episodi dal titolo Testamento, l’arte di morire all’Aurelio. Con mezzi digitali, la cui novità, povertà e immediatezza mi garantivano di non cadere nel recinto di genere, tentai la lettura microcosmica e macrocosmica della poesia e del poeta, del luogo e del genio, del bottone e del cielo.
Testimonianza opposta alla vincente teoria dei non-luoghi, sulla quale si fonda lo sterminio nichilistico delle origini culturali delle popolazioni che il mondialismo rende funzionale alla deportazione di masse aviotrasportate sullo scacchiere delle nuove colonizzazioni, 
Testamento semplicemente documenta la morte del Gran Tour e l’inizio di un vero pellegrinaggio, di un giro delle sette chiese nei luoghi poetici e urbani della passione terrena mia e di Beppe. In tal modo superando e ricentrando anche i modi della deriva situazionista, a suo modo interstiziale e decadente, territoriale e retro-avanguardistica insomma. Su quell’epigrafe monumentale di due ore e mezzo, si basò la tesi di laurea in Storia della Comunicazione di Giovanna Buco su Beppe (https://www.yumpu.com/it/document/view/15712257/universita-degli-studi-della-tuscia-facolta-di-lingue-beppe-salvia). L’audiovisivo che girammo in digitale era destinato alla sola visione nel web, dove continua a poter essere visto nella totale promiscuità che vige in quei nuovi sotterranei dell’immaginario del terzo millennio, sfuggendo così alle camere ardenti culturali alle quali Beppe si era già sottratto keatsianamente.
Mi è stato chiesto di creare, con la proiezione di 
Testamento, una serata celebrativa del trentennale della morte di Beppe nel più importante cineclub storico di Roma, spazio collocato al confine tiberino dell’Aurelio, dove ad un giovane volenteroso nei primi anni settanta bastavano poche fermate del bus 98 per poter scoprire grandi maestri di tutto il mondo (Michael Snow, Peter Kubelka, Steve Dwoskin, Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Mario Schifano). Sto valutando la possibilità di farlo senza snaturarne l’estetica e l’etica, insomma la forma complessa ma perfettamente compiuta di quel mio modesto contributo, a fronte della grandezza del tema.

 

a cura di Roby Guerra

 

INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi

 

nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015)

 

 

 

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